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Il bene e il male da dove derivano?

Il bene e il male da dove derivano?

La lotta tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è sempre stato un argomento scottante.

Ognuno di noi ha la propria idea e sensazione di che cosa sia gusto o sbagliato.

Oggi più che mai, i concetti di empatia e di intelligenza emotiva sono due temi dei quali si sente parlare molto.

La società si è resa conto che non conosciamo le nostre emozioni, non sappiamo come definirle, come gestirle.

Oltre al fatto di vedere, giorno dopo giorno, alcuni comportamenti che di empatico hanno veramente poco e che cataloghiamo come il bene e il male.

Si è, quindi, sentita la necessità di venire a contatto con le proprie emozione e con quelle altrui.

Inoltre, recenti studi hanno dimostrato che a parità di abilità fisiche e mentali, il cosiddetto quoziente emozionale (QE) è ciò che in realtà può far raggiungere il successo.
Infatti, nella corsa al successo personale, il quoziente intellettivo incide per il 25%, mentre il quoziente emozionale incide per il 75%.

È una scoperta sensazionale, vero?

Oggi non è il giorno in cui approfondiremo l’intelligenza emotiva, ma è bene sapere della sua esistenza e conoscere alcuni elementi di questa potrà sicuramente esserti utile.

Uno degli elementi che va a comporre l’intelligenza emotiva è l’empatia.

Vediamo insieme in che cosa consiste l’empatia e quali aree del nostro cervello sono chiamate in causa nell’elaborazione e gestione delle nostre emozioni.

 

Che cos’è l’empatia?

L’empatia è quella capacità innata di saper riconoscere le emozioni ed i sentimenti altrui.
È la capacità di provare e percepire le emozioni sui volti delle altre persone, dal loro tono della voce e dal loro linguaggio del corpo, e si manifesta già entro il primo anno di età di un bambino. Addirittura, già nei primi sei mesi di vita, gran parte dei bambini reagisce a stimoli simili con espressioni sul viso che riflettono la loro preoccupazione.

Noi, in quanto esseri umani, abbiamo (chi più chi meno) questa capacità innata che ci permette di connetterci meglio con chi ci sta di fronte.

Gli studiosi hanno scoperto, recentemente, che l’empatia è la “scintilla” che accende in noi la compassione, ed è ciò che ci spinge ad aiutare chi si trova in difficoltà.
Non solo: le ricerche hanno anche evidenziato che i comportamenti violenti e antisociali sarebbero legati alla mancanza di empatia che, a sua volta, sarebbe legata ad un difetto di circuiti neurali.

Secondo questi elementi, quindi, sembrerebbe che la quantità e la qualità di empatia che possiamo esprimere sia legata al nostro cervello e dalla anatomia di alcune sue parti.

Quindi, l’empatia gioca un ruolo fondamentale nei nostri comportamenti.

Infatti, ci sono persone che hanno dei comportamenti di estremo altruismo, mentre altre, molto diverse, commettono delle atrocità come omicidi, stupri e rapimenti.

Ti sei mai chiesto come questo sia possibile? Com’è possibile che alcune persone, esseri umani, si comportino in maniera così distante gli uni dagli altri?

Questa domanda ricade nella macro divisione classica tra il bene e il male. Tra comportamenti, quindi, di altruismo, sacrifico, generosità e comportamenti egoistici, di violenza e distruttivi.

In effetti, la motivazione di questi comportamenti è nella nostra evoluzione. Infatti, secondo gli studiosi, si ipotizza che gli uomini siano stati spinti ad aiutarsi per riuscire a sopravvivere all’interno dei grandi gruppi sociali. Tuttavia, poiché dovevano competere per le risorse ai fini della sopravvivenza, era necessaria anche la capacità di uccidere gli avversari.

Sono le due facce della sopravvivenza.

Il bene e il male, quindi, sembra che siano collegati all’empatia.

 

Uno studio sulla malvagità

Il neuroscienziato Kent Kiehl, dal 2007, ha sottoposto ben 4.000 criminali  ad una risonanza magnetica, misurando la loro attività cerebrale e le dimensioni di alcune aree del loro cervello.
Il test consisteva nel far pensare loro delle parole cariche emotivamente, come “tristezza” e “disapprovazione”, ed è emerso che i criminali psicopatici mostravano una ridotta attività di una determinata parte cerebrale: l’amigdala (la parte del cervello che processa e gestisce le emozioni).

Inoltre, un test successivo, volto a studiare la loro capacità di prendere decisioni morali, ha fatto emergere una minore attività della corteccia prefrontale del cervello e delle altre aree preposte al ragionamento morale.

Da questi test è emerso che gli psicopatici potrebbero avere delle menomazioni a livello di connessione tra le aree preposte all’elaborazione delle emozioni, al prendere decisioni, al controllare gli impulsi e a stabilire gli obiettivi (amigdala e corteccia pre frontale, per esempio).

 

Uno studio sulla bontà

La curiosità di capire come mai alcune persone fossero malvagie ed altre molto altruiste, ha spinto la psicologa Abigail Marsh ad effettuare una ricerca sui donatori di rene, una delle categorie di persone dotate di una generosità fuori dal comune.

Al mostrare delle immagini di volti impauriti, arrabbiati, tranquilli, davanti a queste la loro amigdala risultava più attiva (rispetto ai criminali dello studio di cui sopra) e questa risultava, in media, l’8% più grande.

Studi analoghi su pazienti psicopatici avevano dato risultati opposti: amigdale più piccole e meno reattive nei confronti dei volti impauriti.

 

L’empatia può essere sviluppata e migliorata

La capacità di provare empatia e trasformarla in compassione può essere innata, ma non è immutabile.

E per fortuna.

Riesci ad immaginarti un modo in cui le emozioni vengono messe da parte, dove le persone sono dei perfetti calcolatori, freddi robot dotati solo di razionalità?

Fortunatamente, gli studiosi hanno scoperto che il cervello è “malleabile” e che anche in età adulta si può allenare un individuo ad essere più gentile e generoso.

Credo che, il fatto che una persona possa cambiare, che possa sviluppare una maggiore empatia e che quindi possa migliorare la sua capacità di relazionarsi con gli atri esseri umani, sia uno degli obiettivi che la società dovrebbe perseguire.

 

Alcuni modi per sviluppare empatia

Visto che abbiamo imparato che l’empatia può essere migliorata, e anche di molto, voglio lasciarti prima con 5 spunti per cominciare fin d’ora a migliorare la tua parte empatia.

Dopo, ti lascio con un esercizio tanto semplice quanto efficace per farlo in modo divertente e pratico.

  1. Identificare e capire le proprie emozioni
  2. Praticare apertura verso un nuovo punto di vista
  3. Parlare di meno, ascoltare di più
  4. Dare completa attenzione agli altri in modo sincero
  5. Cercare le somiglianze con gli altri, e non le differenze

 

Un rapido esercizio per migliorare l’empatia

Dopo aver visto 5 punti sui quali lavorare ed impegnarsi per migliorare la propria empatia, ora ti voglio donare un esercizio molto pratico e veloce, che deriva dalla tradizione buddhista e consiste in questo.

  1. Chiudi gli occhi, libera la mente e rilassati
  2. Pensa ad una persona cara e indirizzale affetto e gentilezza dal profondo del tuo cuore
  3. Estendi l’affetto e la gentilezza prima a conoscenti, poi ad estranei ed, infine, persino i tuoi “nemici”.

Il risultato di questo esercizio sarà quello aumentare la tua capacità di sviluppare empatia e compassione verso gli altri e, di riflesso, verso te stesso.

Il fatto che si possa imparare ad essere più altruisti può essere solo un effetto positivo per questa nostra società.

Conclusioni

Abbiamo visto come la capacità di empatizzare con le altre persone sia di fondamentale importanza per migliorare le nostre relazioni sociali.

Si è scoperto come il bene e il male siano in qualche modo collegati alla capacità empatica delle persone legata al funzionamento del nostro cervello.

Recenti studi hanno ipotizzato che la capacità di empatizzare con il mondo sia collegata all’anatomia del nostro cervello, in particolare modo all’amigdala e alla corteccia pre frontale.

Fortunatamente, anche chi sente di non avere troppa empatia può tare tranquillo perché ci sono alcuni modi per poter migliorare la nostra capacità di empatizzare anche da adulti, con un bellissimo esercizio di derivazione buddhista.

 

Infine, volendo approfondire il discorso sull’intelligenza emotiva, ti metto il link per acquistare il libro di Daniel Goleman “Intelligenza emotiva.

 

Aiutami a condividere queste importanti scoperte, condividi l’articolo!

 

Fonti: National Geographic Magazine Gennaio 2018

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